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Shred



  Shred.   

« Le mie mani! Aiuto! Le mie mani! Non le sento più! » Scorrevano i secondi nell’oscurità, Dietrich li sentiva scoccare come le ore scandite dal campanile della Sankt Nikolai Kirche. « Aiuto! Benno, aiutami! Non sento più le mani! » 
« Arrivo, aspetta. » Urlò una voce dall’altra parte della porta di legno gialla. Era ruvida, lenta, stanca ed estranea. 
« Benno, dove sei? » Gemette Dietrich cercando di sollevarsi con il dorso, non riuscendo a fare leva sui gomiti e precipitando sul materasso molle e scomodo. 
« Eccomi. Va tutto bene? » Benno comparve alla porta, un maglione azzurro su una t-shirt e i pantaloni del pigiama, gli occhi gonfi e le guance arrossate. 
« Chi c’è di là? » Gli domandò lamentoso Dietrich, erano mesi che non dormivano più nello stesso letto, più o meno dalla prima volta che era stato visitato da uno psichiatra. 
« Nessuno, mi sono addormentato con la tv accesa. » Gli spiegò Benno con dolcezza, la stessa che gli riservava quando lo aiutava a lavarsi facendolo sedere nella vasca da bagno e rimanendo fuori, con le maniche della camicia arrotolate e il sapone tra le dita. Dove una volta c’era ardore e passione, due corpi brucianti, speculari e identici in una danza seducente, era rimasta quella dolcezza sconsolata, disfattismo e rassegnazione. « E’ successo qualcosa? »
« Le mie mani… » Mormorò Dietrich spalancando gli occhi chiari e seguendo con lo sguardo i movimenti di Benno, il chinarsi in avanti permettendogli di sentire il suo profumo, l’alzare le lenzuola (coricati al mio fianco, ti prego), prendere tra le mani i suoi polsi e sollevargli le braccia, facendogli cingere il suo collo. Rimboccare le coperte e riadagiare le mani lungo i fianchi. 
« Adesso? » Benno gli sfiorò il dorso con l’indice e il medio. 
« Ora le sento. Avevo paura, non le vedevo e non riuscivo a muoverle. » Si scusò Dietrich abbassando lo sguardo. Si umettò le labbra sottili e screpolate. Un suono confuso e costante si levò dalla strada. 
« E’ il figlio della vicina, ascolta i Violent Femmes. Piacevano anche a te, ricordi? » Lo precedette Benno, in pochi secondi già alla porta e il solito gelo sul dorso della mano. 
« Rimani a dormire al mio fianco, Benno, amore. » Sussurrò implorante Dietrich, un’espressione di terrore e profonda tristezza dipinta in volto. « Solo per stanotte, ti prego. » 
« Lo sai che non posso, vorrei. Non posso. » Sospirò Benno, rapido nel voltarsi. « Se dormirai bene, domani mattina ti preparerò una colazione buonissima. » 
Fu rapido nel voltarsi ed andarsene con una piccola promessa per tenerlo buono, il cigolare dei cardini, la porta scivolata di mano interruppe il suo moto graffiando il pavimento. Benno tirò con forza per chiuderla, si sarebbe riaperta pochi minuti dopo, lo faceva sempre da quando aveva fatto sparire le chiavi, per non permettere a Dietrich di chiudersi dentro. Lo aveva consigliato il professor Achim Von Behrisch, forse estremizzando gli effetti della patologia di Dietrich, forse per una questione di sicurezza. 
Benno ricordava con sofferenza i primi giorni, gli scatti di rabbia intensa ed inconsulta, giustificati tra le lacrime. Le prime confessioni: rettili tra le coperte, sabbie mobili e rapaci; i rintocchi dei secondi, dei minuti, assordanti; i tremori e il terrore. Il primo contatto con il medico di famiglia, l’indirizzo del professor Achim Von Behrisch e la sala d’aspetto arredata con gusto coloniale. La prima prescrizione di neurolettici, l’imbarazzo di doverla mostrare in farmacia, di dover sopportare lo sguardo degli altri clienti. La richiesta di un’aspettativa a trentacinque anni, solo trentacinque. Trentacinque anni in cui aveva studiato, lavorato, amato; creato un angolo familiare e confortevole in centro, ad Amburgo. Prima considerava il proprio lavoro gratificante e tra i colleghi aveva trovato degli amici; andava d’accordo con i vicini prima che Dietrich cominciasse ad urlare di notte. Benno stava perdendo tutto, quello che rimaneva di Dietrich aggrappato allo stomaco, la salute, i contatti con il mondo, la voglia di vivere. Si accese una sigaretta cercando di ripulire la gola dall’ansia e dallo sconforto. Il divano giallo era scomodo e i cuscini imbottiti in modo irregolare, le veneziane filtravano sul muro le sbarre di una prigione di ombre e luci. 
Il sonno arrivò rapido ed inquieto, avvolse il suo corpo come una coperta intrisa di schegge di vetro, un gusto amaro in bocca ed un dolore nelle gengive. 
Viveva fasi alterne di disperazione, speranza e contemplazione di fini del mondo, magari per l’ultima notte del novantanove, uno spegnersi indolore, istantaneo e auspicato. Un allontanare quel dolore soffocante e senza fine. Amava quel che Dietrich era stato ed aveva rappresentato, la libertà di un uomo colto, affascinante, gli occhi color dell’acqua increspati nei momenti di eccitazione o di fervore. Aveva amato la sua dolcezza dolorosa ed impacciata, la pacatezza dei gesti e lo sguardo risoluto, che cosa rimaneva? Un invalido, un folle. Lo amava ancora ma sperava che finisse presto, si esaurisse e come di un fuoco rimanesse solo la cenere, il ricordo. Un brandello di ricordo. 

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Guerra 1925

GUERRA 1925

 

(Austria)

- Von Behrisch afferma che verrà la guerra.- Sospirò Lisette lisciandosi il vestitino e battendo con la punta della scarpetta in vernice sul marmo del pavimento. 
- Verrà sempre la guerra.- Mugugnò Frederic, che non aveva grande stima per quel professore dai modi pomposi e le parole vacue. Non poté evitare di abbassare con uno scatto nervoso la foto di famiglia della moglie, abbattendone anche altre due come pedine del domino e lasciandole disordinate sulla consolle.- Tuo padre con la guerra si riempie la pancia… e non sto parlando di piombo.- 
- Oh Freddy, non dire così!- Lo rimproverò Lisette dandogli con la caviglia un colpetto al polpaccio.- Che genero sciagurato che sei, il piombo lo dovrebbe dare a te.- 
- Lisette, tesoro, chiudi quelle adorabili labbra.- Le ordinò Frederic, la giovane donna mise su un broncio perfetto e con un cenno della mano sottile lo invitò ad allontanarsi.

Frederic aveva rilevato da poco lo studio del padre medico, era uno pneumologo appassionato ma non brillante, conduceva una vita tranquilla e agiata e ripensava con inquietudine agli anni della guerra, lui che studiava all’università era stato mandato in un ospedale da campo, a strappare alla morte e al fango i suoi coetanei. Una guerra in un futuro prossimo rappresentava ancora il timore per la propria persona e per la propria salute psicofisica, ma una a lungo termine rifletteva i demoni sui nipoti tanto amati, un pensiero insopportabilmente straziante.

Lisette soffiò sullo strato superficiale di zucchero di un dolcetto turco ed un velo bianco e polveroso le si depositò sulla seta verde del vestito.- Non fai in tempo a fare dei figli che la guerra ritorna, è buffo.-

- E’ un altro discorso del professor Von Behrisch?- Le domandò il marito versandosi dell’acquavite.

- No, è mio, che cosa facciamo? Tanto verrà una guerra a portarci via tutto…- Mormorò Lisette, attricetta consumata in orazioni patetiche, dalla mimica teatrale e il capelli spettinati sopra le orecchie.- Tu non capisci, Freddy! E’ tutto inutile, stiamo brancolando nel buio ed ogni passo ci avvicina al baratro.-

Frederic la guardò come un’opera d’arte, sensuale, infantile, bizzosa, contraddittoria, si inginocchiò davanti a lei e stringendole le ginocchia le promise:- Ti porterò a ballare questa sera.-

*

(Irlanda)

- Maledetti inglesi.- Brontolò Connor trascinando il carrettino fino alla carena, intrufolandosi tra i pilastri e i morsetti d’acciaio. Era l’ottava volta che lo ripeteva nella stessa mattinata, stava superando se stesso.

- Basta Connor o ti faccio guercio anche dall’altro occhio.- Lo rimbrottò Eamon guadagnandosi un’occhiata di supplica da parte del collega e amico Finn e rischiando di inchiodare le dita alla paratia stagna.

- Maledetti inglesi e maledetto tu, Eamon.- Riprese Connor con una mano avanti per non schiantarsi contro il fragile scheletro della carena di un peschereccio di medie dimensioni.- Se non avessi perso l’occhio adesso sarei anche io lì sopra a lavorare da uomo, non a trascinare un carretto.-

- Sta zitto Connor.- Provò ad intervenire Finn per sedare la discussione, non aveva voglia di separare nuovamente quei due bestioni che dalle lamentele sul passato arrivavano velocemente alle mani.

- Lasciatemi parlare, tanto non ho nulla da fare. Almeno in guerra ammazzavo inglesi.- Sospirò Connor. Eamon in guerra aveva perso il figlio prediletto e non poteva soffrire i discorsi di quel vecchio, il giovane Finn gesticolando cercò di fargli capire di non dargli ascolto, che quel vecchio guercio era pazzo, ma fallì miseramente e si sfogò sulla zazzera rossiccia, sfregando i capelli con le mani sporche di grasso. Eamon strinse i pugni lasciando defluire la rabbia, Finn somigliava a suo figlio ma non aveva neanche un pizzico del suo carisma, nessuno aveva un pizzico del suo carisma.

- Per me la guerra è ogni giorno.- Mormorò Eamon dopo uno sbuffo dagli effetti calmanti.- Ogni giorno, in questo cantiere, sedici ore al giorno, per sfamare i figli che mi sono rimasti.-

*

(Italia)

Avevo quattordici anni e vedevo i soldati tornare a casa senza gambe, senza braccia, senza occhi, li vedevo in delle scatolette di latta o di legno, in polvere o solo un ossicino, un cartellino con il nome, le targhette metalliche. Tornavano nei treni, tra le mani dei postini. Tornavano sotto forma di lettere o di denti. A volte sentivo delle urla nella via, erano le madri o le sorelle. Erano talmente giovani che non si erano neanche sposati.

Mio fratello non è partito per il fronte però non l’ho mai più visto, chissà dove sarà adesso, che cielo vedrà e quale aria respirerà. Qui le pareti e il pavimento sono umidi, nell’aria volteggia il pulviscolo, il cielo lo vedo attraverso le sbarre (cinque, di metallo – in realtà per vederlo devo appoggiare la schiena al muro e piegare la testa, è l’unico modo per non aver la visuale occupata dal muraglione del carcere).

Mi chiedo se oppormi sia una guerra, spero di no, non ho mai ucciso nessuno. 

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Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quest’abbraccio e non chiedere altro perché la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante altre volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’amore con la vita. « Pier Vittorio Tondelli

No Human Can Drown | IX

Titolo: No Human Can Drown
Fandom: Original
Personaggi: Ismael Chalm / Stephane Alunir
Parte: 9 / ...
Rating: R
Conteggio Parole: 1620
Riassunto: Due amanti si incontrano per caso a Parigi dopo quattordici anni, uno è divorziato da poco e ha due figlie, l'altro si trascina dietro anni di vita libertina e un passato doloroso.
Note: Slash



NHCD | Nono capitoloCollapse )

Viaggio

Era un viaggio a ritroso attraverso i secoli ed il continente, treni dagli scompartimenti in legno e mercanti di velluti e sete, acque floreali e petali di violette, lo spirito delle popolazioni, una lenta elegia che si caricava di significati immensi e soverchianti. Le candele bruciavano incontrollabili e annerivano la parete, quello che poteva esser rimasto di quello che erano stati erano dei libri, un ricordo, un petalo, rimorso.

Feeling, feeling, feeling.

Che era una giornata diversa se lo era sentito fin dal primo suono della sveglia, il solito frastuono da accapponare la pelle, la solita manata per spegnerla, ma non si era riaddormentato. Era rimasto a fissare il soffitto cercando di ignorare le spire strette e scivolose che gli serravano lo stomaco, finché il bussare insistente della madre non lo aveva convinto ad alzarsi dal letto, trascinarsi fino al cucinino e inumidire un biscotto all’anice nel caffelatte, appoggiato con le anche al davanzale. Lo aveva capito quando, aprendo il lucchetto della bici, non aveva sforzato più del solito e quando con sgomento si era accorto dell’assenza di ogni tipo di suono, il soffiare del vento, il motore delle automobili, sbattere di porte, sferragliare di saracinesche o chiacchiericcio umano, durata per pochi, infiniti, minuti.
A scuola la situazione si era uniformata e aveva reso la lezione di Matematica noiosa come al solito, rimossa nel tempo di richiudere il quaderno; Geografia soporifera, un riposa in pace per una materia affascinante ma maltrattata; Ginnastica insulsa, interminabili giri del campo da basket per punizione e l’ennesima minaccia di portarlo dal preside; Storia passabile esclusivamente per interesse personale. In più Stephane era riuscito a far sparire una copia della chiave del laboratorio di Chimica, ripromettendosi di portarla a duplicare e farla ricomparire nel cassetto della bidella. Aveva esultato al suono della campanella e buttato i quaderni e i libri alla rinfusa dentro la cartella, correndo verso l’uscita.
La bicicletta di Ismael era stata verniciata più volte in tutti i colori del germano reale: bruno-porporino, grigio cupo, beige e caffelatte, blu violaceo; risaltavano nei graffi sul verde bottiglia.
Mentre pedalavano velocemente verso casa, Stephane pensava ai brividi d’aspettativa che gli scuotevano la colonna vertebrale, alla madre al lavoro fino alla tarda sera, ad Ismael che lo aveva considerato poco a scuola, chiuso nei suoi periodi di mutismo e insofferenza dove nemmeno Charlotte riusciva a farsi spiegare o Maurice farlo appassionare ad un film appena uscito. Eppure salendo le scale le cose cambiarono e sul pianerottolo del quinto piano, solo la propria porta di casa davanti e una porzione piccola, appena una finestrella sul piano inferiore tra le grate del corrimano, per Stephane fu caldo e dolce e indispensabile ritrovarsi con la schiena al muro e le labbra di Ismael sulla bocca, incastrato tra le sue braccia. Lo stomaco si strinse nelle solite spire che non riusciva a descriverle precisamente, a volte sembravano spilli, altre volte serpenti, altre ancora demoni affamati, facevano così male che si voltò per aprire la porta, trascinarsi Ismael contro e richiuderla. Lo abbracciò stretto e nascose il volto alla sua vista, la fronte nell’incavo del collo e le mani arpionate al maglione blu.
Bastarono pochi minuti per sciogliere l’ansia e iniziare a giocherellare, scendendo con le mani sotto la stoffa per toccare la schiena calda, compiacendosi della possibilità di accarezzare e non pizzicare, baciare e non mordere. Il baluginare di un’idea, un confronto tra i colori negli occhi di Ismael e il mercurio o l’ardesia, parole che evitò di esternare stringendo la lingua tra i denti e recuperando sbrigativo una sedia da incastrare sotto la maniglia della porta e un piatto di porcellana come allarme sonoro in caso di rientro anticipato della madre, sarebbe stato sicuramente più semplice giustificare un piatto rotto della visione di loro avvinghiati sul letto.
Stephane prese Ismael per mano e lo guidò fino alla camera, inebriandosi della sensazione di aver fatto la cosa giusta, quella dettata dal cuore, e chiedendosi perché i racconti degli amici più grandi fossero così freddi e permeati di competizione e non come le descrizioni nei libri, dove l’amore poteva anche essere malato e struggente come quello tra Ève e Pierre ne La Chambre di Sartre, ma era su un piano diverso rispetto alla collezione di approcci intimi. Sperò di essere adeguato.
- Stai tranquillo…- Gli aveva sussurrato Ismael su una tempia. Poi, prevedendo e alleggerendo la tensione dell’ignoto, aveva aggiunto:- Lascia fare a me e prestami attenzione.-
Stephane si era ritrovato seduto sul letto, con la schiena appoggiata al petto di Ismael e il desiderio di uniformare il respiro e i battiti cardiaci, le mani abbandonate sulla stoffa dei pantaloni dell’amico, graffiandosi con il tessuto ruvido. Sentiva i gomiti di Ismael appoggiati alla vita e le mani muoversi in uno schema preciso sul petto, sul ventre, sulle ginocchia, sulle cosce. Tocchi caldi e carezzevoli, confortevoli come il suo respiro lieve contro il colletto della camicia o i baci alla rinfusa tra i capelli, sul collo e sulle spalle.
Stephane trattenne il fiato quando Ismael gli slacciò i pantaloni e riservò il massaggio alla sua intimità con la dedizione del migliore amante. Gli effetti sul suo corpo gli fecero provare una sensazione stranissima di totale abbandono, non aver più volontà su di esso, credere di non riuscire a muoverlo in modo coordinato, aver perso la forza nelle gambe, perché era certo che, se si fosse alzato, sarebbe crollato a terra tra gli spasmi più violenti, tali erano le contrazioni che gli scuotevano il basso ventre e diffondevano un tremore alla schiena. Ismael lo ancorava al letto, abbracciandolo e sussurrando il suo nome e provocava una scissione tra tendini e pensiero, dove Stephane avrebbe voluto tanto poterlo accarezzare o baciare ma l’unica cosa che riusciva a fare era mormorare slegate e disordinate invocazioni a varie divinità e suppliche. Era un piacere troppo forte da poter sopportare, aveva paura di non riuscire a ritornare lucido e contemporaneamente sperava che non finisse mai.
- Mael, dimmi che fare.- Gli domandò tra i denti, con urgenza. Lo sentiva duro contro la schiena e non poter restituirgli neanche una minima parte del piacere folle che gli stava donando lo atterriva. Ismael con una mano gli accarezzò le palpebre e mormorò di chiudere gli occhi e di non fare niente. Stephane boccheggiò ad una stretta più vigorosa, veloce, esperta nella contraddizione con il sensuale respiro della persona amata contro il collo.

Feeling, feeling, feeling, feeling, feeling, feeling, feeling.

The recording of Unknown Pleasures took place at Strawberry Studios, Stockport, England between 1 and 17 April 1979.
Stephane rilesse la data, più e più volte. Gli scappò un sorriso distratto e sentì un lieve calore scaldargli il petto. Le sue interpretazioni lisergiche ed intime gli parvero meno deliranti, quasi reali e vive, legate con un filo indistruttibile di diamante alla produzione di quell’album. Scese nella pagina di internet leggendo e traducendo dati, recensioni, altre interpretazioni. Era dannatamente fantastico. Lasciò la pagina aperta e ricominciò a lavorare.
Ismael gli portò una tazzina di caffè con uno sbuffo di panna sopra. Se l’amore era nelle cose piccole, nelle virgole, poteva esser immenso come l’universo e trovare lo zenit in quella nuvoletta di panna e il nadir nel caffè bollente e forte. La normalità in una vita irregolare e scombinata.
- Devo farti vedere una cosa.- Gli disse cingendogli la vita con un braccio, riaprendo la pagina e sottolineando la data di registrazione.- Feeling, feeling, feeling. Era venerdì 6 dell’Aprile del 1979.-

No Human Can Drown | VIII

Titolo: No Human Can Drown
Fandom: Original
Personaggi: Ismael Chalm / Stephane Alunir
Parte: 8 / ...
Rating: R
Conteggio Parole: 1902
Riassunto: Due amanti si incontrano per caso a Parigi dopo quattordici anni, uno è divorziato da poco e ha due figlie, l'altro si trascina dietro anni di vita libertina e un passato doloroso.
Note: Slash


NHCD | Ottavo CapitoloCollapse )

No Human Can Drown | VII

Titolo: No Human Can Drown
Fandom: Original
Personaggi: Ismael Chalm / Stephane Alunir
Parte: 7 / ...
Rating: R
Conteggio Parole: 2285
Riassunto: Due amanti si incontrano per caso a Parigi dopo quattordici anni, uno è divorziato da poco e ha due figlie, l'altro si trascina dietro anni di vita libertina e un passato doloroso.
Note: Slash


NHCD | Settimo CapitoloCollapse )

No Human Can Drown | VI

Titolo: No Human Can Drown
Fandom: Original
Personaggi: Ismael Chalm / Stephane Alunir
Parte: 6 / ...
Rating: R
Conteggio Parole: 2313
Riassunto: Due amanti si incontrano per caso a Parigi dopo quattordici anni, uno è divorziato da poco e ha due figlie, l'altro si trascina dietro anni di vita libertina e un passato doloroso.
Note: Slash


NHCD | Sesto CapitoloCollapse )